Fahrenheit 365 è un cantiere di scrittura, nel senso che si sa quando si comincia, ma non si sa quando finisce. L’anno accademico inizia a ottobre e termina a luglio, ma si può iniziare in qualunque momento. Il Cantiere non chiude mai: nei mesi estivi si lavora a...

si cambia vita

Dal 15 novembre il Cantiere Fahrenheit 365 cambia vita e diventa Cantiere Sabin. Dal 2013 ad oggi è cambiato molto: è cresciuto e si è ramificato. È giusto e naturale che cambi volto e veste. Lo spirito però è lo stesso, l'energia tanta e la voglia di crescere condividendo esperienze non si è certo spenta. Un sentito grazie a tutti coloro che hanno incrociato anche un solo passo dei loro con i nostri. Continuate a seguirci su...



Direzioni diverse

1500 caratteri di Micol Maltesi

Il sole tramonta alle loro spalle mentre la luna si alza nel cielo, sorgendo dalla spuma delle onde. Il vento viene da terra, è una spinta contro le schiene, che li invita ad andare verso il mare scuro. Questo poi, allunga le dita verso di loro, quasi sfiorando i piedi nudi, chiamandoli a sè.
"Quindi Marco ieri è partito per Londra, lavorerà lì con il cugino. Giovanni si è trasferito ad Amsterdam. Gaia e Luca son stati ammessi all'accademia delle belle arti di Venezia e…"
"... E poi ci siamo noi. Ancora qui", lo interrompe lei.
Cala il silenzio.
"A che pensi?", domanda lui.
Lei pensa che vorrebbe togliersi la maglietta, i jeans, e camminare verso l'acqua scura. Vorrebbe sentire il freddo e l'umido dentro le ossa, e nuotare verso l’orizzonte indaco, per vedere dove riesce ad arrivare. Scappare via verso nessun posto. Naufragare senza meta. Ma comunque, alzarsi da quella sabbia fredda che le si appiccica addosso e andare via.
"A che penso? Solo che è bello poter stare in spiaggia, anche se è ottobre. Marco, Giovanni, questo non lo possono fare."
"Sì, è vero, è bello."
"Dai ora, andiamo, sta cominciando a mettersi freddo."
"Domani ci vediamo in biblioteca alla stessa ora?"
"Sì, come sempre."
Contrari al vento, a testa bassa, si allontanano dal mare, si salutano a un bivio e l'indomani per loro sarà uguale.

Astro del ciel (Silent night), 2:43

Racconto di Elisa Demartini

Se ci aveste visto, quella tarda sera di gennaio, vi sareste domandati se fossimo molto strani, oppure molto stupidi. Per fortuna, non passò nessuno, o, perlomeno, a questo pervenimmo poi entrambi, per consolarci.
Oreste ed io, seduti su di una gelida panchina in ghisa, ignoravamo i tetri neri gorghi del mare di notte, che si stagliava pochissimi metri di fronte, per guardarci, imbarazzati, i piedi.
Continue raffiche di tramontana (secondo me) o di maestrale (secondo lui) ci torturavano le schiene con carezze freddissime: battevamo ormai già da un po’ i denti, io deprecando l’inutile eleganza del mio montgomery leggero, Oreste sicuramente facendo altrettanto contro la comoda futilità della propria felpa.
Il gelo dell’imbarazzo faceva causa comune con le condizioni meteorologiche: tacevamo entrambi già da diversi minuti, perché, dopo i convenevoli, piombammo entrambi in quella afasia grottesca. E dire che lo scopo dell’appuntamento era quello di incontrarsi per parlare.
Se ci aveste visto, quella tarda sera di gennaio, vi sareste domandati se fossimo molto strani, oppure molto stupidi, a sopportare quegli umido e freddo ingrati, per starcene zitti zitti, a testa bassa, alle estremità opposte di una panchina.
Un sonoro brontolio, proveniente all'improvviso dallo stomaco di Oreste, scalfì il ghiaccio di quel silenzio; il fragore della risata, con cui commentai l’accaduto, lo ruppe poi del tutto.
“Il rumore della pancia che brontola è un chiaro segno di disagio, se non di fame.” sentenziai infine, beffardo, con le parole ancora spezzettate dai postumi del riso.
“Non ho cenato”, si giustificò, fulmineo, Oreste, nel più totale imbarazzo. Se il buio non fosse stato così intenso, avrei sicuramente potuto ammirare il suo viso virare dal rosa, al fucsia, fino al paonazzo.
Erubesco è un verbo latino che indica l’arrossire, o meglio, la gradualità con cui si diventa rossi. Ecco, io avevo questa passione, crudele e maledetta, per osservare il viso di Oreste erubescere: come quei filmati, di pochi secondi, in cui si mostra, accelerata la maturazione di un frutto, o lo sbocciare di un fiore.
E così io, infame per questa mia voglia egoista, mi divertivo a stuzzicarlo: “Come mai non hai cenato?”, gli chiesi, simulando l’esaurimento della mia ilarità. Ma conoscevo già la risposta: “Avevo l’ansia…”, confessò, infatti.
Non riuscii a trattenermi, e scoppiai di nuovo a ridere, pavoneggiandomi: “Allora avevo intuito bene, eh?”
Oreste accettò, tirando un sospiro, anche quella sconfitta, e distolse l’attenzione da se stesso, per volgerla verso lo spettacolo che, da un po’, nonostante lo ignorassimo, si svolgeva sopra le nostre teste vuote: il vento aveva ripulito il cielo da ogni nube, permettendo che le gemme degli astri sfilassero, vanitose, davanti ai nostri occhi.
“Tu che costellazioni conosci?”, chiese. “Nessuna, purtroppo: me ne indicheresti qualcuna tu?”
Oreste ricadde nel pallone: non si era reso conto che, la sua domanda, così formulata, mi avrebbe potuto far presumere che lui, di costellazioni, se ne intendesse.
Di fronte all’ennesima figuraccia, non risi, perché non era sicuramente la prima occasione in cui mi trovassi in una simile situazione, tanto che ne avevo scritto, qualche mese prima, una poesia in merito. Decisi di recitargliela, perché, in fondo, si addiceva perfettamente al momento:
“Null’altro che invidia / per antenati antichissimi / di cui schiave / erano le stelle / unisce le figure / sotto i fori luminosi / del cupo velluto / del cielo notturno.”
Oreste, piacevolmente preso alla sprovvista, commentò, interessato: “Carino, di che si tratta?” “Una cosina che ho scritto un po’ di tempo fa.”
Oreste si rabbuiò, di nuovo, per la vergogna: detestava non saper riconoscere al volo lo stile dei miei scritti, che rientrava nel più generale odio per il fatto che io riuscissi a comprenderlo e prevederlo molto meglio di quanto non accadesse viceversa.
E dire che, proprio in casi come questo, era più che perfettamente giustificato, dato che solevo torturarlo con sproloqui di citazioni di ogni tipo: più sovente non mie, il che rendeva la farina del mio sacco difficile da distinguere al volo da quelle prodotte nei mulini altrui.
Oreste, intanto, si era rannicchiato in posizione fetale, per proteggersi dalle punture dei geli della temperatura e dell’imbarazzo.
Impietosendomi, tagliai corto: “Ehi, andiamo a casa? Inizia a far freddo davvero.”
Ruotai il busto, ed allungai la mano verso di lui, come per avvicinargliela, ma senza che ciò accadesse, trattenendola ad appoggiarsi su una delle strisce in ghisa che componevano la panchina.
Oreste rimase a fissare, prima il mio movimento, poi l’estremità del mio arto, con uno sguardo commisto di piacere e terrore. Balzò quindi in piedi, e rispose: “D’accordo!”, piazzando un bel sorriso come punto esclamativo.
Anche io sorrisi, poi, entrambi, secondo la nostra prassi, ci girammo, e, continuando a darci le spalle, infine, ci salutammo: “Ciao, Oreste.” “Ciao, Roberto.”
Un’altra sera era trascorsa, senza che concludessimo niente, facendo finta di niente: ma, in fondo, in quel periodo, ci andava ancora bene così.
Una volta a casa, prima ancora di levarmi il cappotto, cercai il mio quaderno degli appunti, e corressi la coda della poesia, che avevo recitata poco prima: Unisce le figure / che vergognano a sfiorarsi / nelle notti / battute dal vento.


Alta marea?

1500 caratteri di Valeria Aresu

Il mare aveva inghiottito ormai tutta la spiaggia e raggiunto la base rialzata dei chioschi. Gli ombrelloni, ordinati in file, emergevano per due terzi, invitando all’ormeggio i numerosi surfisti che continuavano a scivolare nell’acqua avanti e indietro. Sotto un sole splendente e come ogni domenica da quasi un anno, il lungomare accoglieva la solita folla chiassosa e risuonava delle grida festose dei bambini che si rincorrevano, del chiacchierio delle famiglie che si incrociavano durante la passeggiata, dello scampanellio delle biciclette impegnate in acrobatiche gincane. Sorda a tutto ciò che le accadeva intorno, Luisa fissava il mare, ritta immobile, gli occhi velati dalle lacrime, mordicchiandosi nervosamente il pollice della mano sinistra. Da quattro giorni aveva perso ogni contatto con la base artica. Nessun risposta alle mail, nessun telefono raggiungibile, nessuna notizia in Dipartimento. Ripensava incredula alle ultime immagini inviatele da Antòn, che mostravano prati verdi al posto di bianche coltri di ghiaccio. Dalla Tv di un chiosco la voce di uno dei tanti climatologi che da mesi affollavano le trasmissioni televisive, ripeteva, ancora, il copione rassicurante della scientifica normalità nell’avere temperaturea dicembre così al di sopra della media. Udendo quelle parole, sentì il fiato mancarle nella gola, gli occhi bruciare e calde lacrime scenderle sul viso, fino alle labbra che sussurravano “il Polo Nord esisterà ancora?”

Terza prima lezione dell'anno...

 Il 23 novembre il Cantiere apre una nuova sessione dell'anno accademico. Se hai voglia di scrivere, necessità di scrivere, urgenza di scrivere... il corso di scrittura creativa si tiene tutti i mercoledì, dalle h. 17,30 alle 19,00.


L'esame

1500 caratteri di Cristiana Mameli

Nell’ampia aula non c’era un solo posto libero: persone di ogni età si guardavano attorno in attesa dell’inizio dell’esame.
Dannata certificazione di buona conoscenza dell’inglese!, pensò Sonia. Cosa non si fa per trovare un lavoro!
Un momento dopo gli occhi di tutti erano puntati su una signora dai capelli grigi, in piedi vicino alla cattedra accanto all’entrata, che ricordava – in inglese, of course – le regole dell’esame: un’ora per scrivere un saggio breve, una lettera o una recensione di seicento parole.
Sonia aprì la busta sul banco, quasi trattenendo il fiato. Scelse la numero 3. Sì, non aveva dubbi: avrebbe scritto la recensione di un film.
Per qualche minuto guardò fuori dalla finestra, raccogliendo le idee, evitando di fissare la pagina bianca di fronte a lei. Quella certificazione le serviva, e scrivere le era sempre piaciuto. Ma in inglese… Poi, l’ispirazione: Midnight in Paris. Che importanza aveva se il film non era dei più recenti? Iniziò a scrivere di come trovasse affascinante l’idea di poter tornare indietro nel tempo, di come fosse incantevole e un po’comica quella rappresentazione della Parigi degli anni Venti. 
La penna correva veloce sul foglio. I minuti non contavano più. 
Un istante, e Sonia uscì dall’aula, rilassata.
Salvata dal cinema, pensò. Un film può creare realtà alternative, far sognare, riflettere e… superare un esame. In fondo è stato facile. Come perdersi per le vie di Parigi e incontrare Hemingway e Fitzgerald, a mezzanotte.

Presagi

testo di Riccardo Montanaro

Lo squillare prepotente del telefonino mi svegliò di soprassalto, bocca semiaperta, bava colante, occhi sbarrati e attoniti. La parete che mi ritrovai a fissare appariva livida, mobile, effetto spettrale del display lampeggiante. Mi voltai a rilento e raccolsi il cellulare, si era fatto buio, probabilmente era quasi ora di cena e Marta, anziché trovarsi in cucina a prepararla, a quanto pareva era ancora in giro. Le risposi flemmatico, la voce impastata, ma un brivido mi percorse tutto il corpo gelandomi quando la sentii singhiozzare. Il suo pianto convulso sembrava arrivare da lontano, come un’eco distorta, e fu come trovarsi sospesi sull'orlo di un precipizio. Non potevo far altro che balbettare sommessamente il suo nome, perché qualunque altra interferenza avrebbe spezzato l’equilibrio e saremmo caduti giù. Poi di colpo ammutolì e su di noi cadde un silenzio che sapeva di sciagura imminente. In quell'attesa, che a me parve interminabile, non potevo muovermi, non riuscivo nemmeno a deglutire.
Quella domenica, uno splendido mal di schiena mi aveva piegato in due. Mentre, a testa china, scorrevo velocemente i numeri della rubrica, Marta si era avvicinata morbidamente e aveva cominciato a massaggiarmi le spalle implorandomi di non farlo, almeno stavolta, di non ricominciare con quella storia. Non volendo mi concessi a lei, ma solo per poco, avevo chiuso gli occhi e mi ero goduto il dolce sollievo che mi procurava ai muscoli, finché non l’avevo scansata bruscamente, dicendole che non era proprio il momento, che non capiva quanto la cosa per me avesse importanza. Le avevo sorriso portandomi il cellulare all'orecchio e lei era uscita di casa sbattendo la porta.
Per confermare la mia tesi, avevo chiamato amici e parenti, chiedendo loro se per caso fosse capitato qualcosa di grave. Ero andato avanti così tutto il pomeriggio. La casa era diventata una centrale operativa, c’erano dieci me che si muovevano rapidi in vestaglia e pantofole, esaltati, efficienti come centralinisti navigati, chiamavano domandavano liquidavano in fretta appuntavano depennavano e richiamavano. Un’organizzazione perfetta, sincronizzata. Avevo l’orecchio in fiamme, i muscoli della schiena annodati e contratti, mi stavo ingobbendo sempre di più ma non importava, il mio ego aveva fame e dovevo saziarlo. Tuttavia, a ogni telefonata, il mio entusiasmo andava scemando, in quanto quel giorno, chissà perché, avevano tutti deciso di stare bene. Eppure, le altre volte avevo sempre trovato un riscontro. Quando Francesca, per esempio, si era slogata la caviglia, o quando Paolo aveva fuso il motore prima di partire in vacanza, o lo stesso quando Giuseppe si era schiantato con gli sci, tutte le volte avevo mal di schiena. Almeno un graffietto, una storta, un dito del piede sbattuto sull'angolo del comodino, mi sarebbe bastato che qualcuno si procurasse anche solo un taglietto per adempiere al mio scopo, e invece, ancora niente. Intanto il dolore era diventato insopportabile, un grosso artiglio mi si era aggrappato alle scapole incurvandomi come un lampione e costringendomi a sdraiarmi sul letto per una pausa. Avevo ripassato mentalmente le persone a cui dovevo ancora telefonare finché, stanco ma non arreso, mi ero addormentato.
La sua voce mi arrivò stridula, un’unghia che graffia la lavagna, fu allora che Marta ruppe il silenzio e io persi l’equilibrio volando giù nel precipizio. Caduta libera, contraccolpo finale doloroso. Mi disse che Giovanna, una nostra cara amica, aveva subìto un brutto incidente. Con difficoltà buttai giù la saliva accumulata e trassi un profondo sospiro. Una parte di me quasi si vergognò di sentirsi così sollevata, l’altra si sarebbe presa volentieri a pugni.
Un mese dopo, sempre di domenica, venne a farmi visita un favoloso mal di schiena. Come da buona abitudine afferrai il cellulare e iniziai a scorrere febbrilmente i numeri della rubrica, ma dopo aver fatto partire la prima chiamata, mentre una voce dall'altra parte continuava a chiedermi se ero in linea, il mio sguardo si posò su Marta che dormiva serenamente. Abbassai il braccio chiudendo la chiamata. La vedevo, ma non come semplicemente si può guardare un’altra persona, questa volta io la Vedevo. Andai a frugare nell'armadietto del bagno e trovai la scatola di aspirine, ne buttai giù una. Nessun precipizio, nessuna caduta libera, che le cose andassero da sole. Nel frattempo, con la schiena che continuava a farmi un po' male, le preparai la colazione e gliela portai a letto.


I gatti lo sanno

1500 caratteri di Susi Farris

Chissà che problemi avrà stavolta, pensò Francesca con un filo d’ansia, appena il telefono squillò.
“Ho combinato un casino, ho bisogno di te”, esordì Paolo concitato.
“Certo,ci vediamo a cena”, accettò Francesca.
Arrivata al ristorante, notò il suo amico, già sistemato in terrazza, stava chino e assorto, e non sollevò lo sguardo dal cellulare neanche quando gli si sedette difronte.
“Ciao Paolo”, salutò Francesca
Solo allora lui s’avvide di lei.
“Leggi!”, disse subito, limitandosi a porgerle il cellulare.
“Dio mio,ma è una valanga di messaggi!”, esclamò Francesca, notando che i messaggi di Paolo erano sproporzionati e caotici.
“Cosa devo fare?”, quasi implorò Paolo
In quel momento, giunsero scodinzolando due simpatici micioni che, sistematisi ciascuno ai lati dei due, presero a fissarli, invocando con i loro miagolii, cibo o forse attenzioni.
Francesca fece le coccole a quello color miele, mentre Paolo continuava a sfogare il suo malanimo subissandola con una valanga di parole, nervoso e concitato.
“Guarda i gatti come sono belli e sereni”, l’invitò Francesca. E quasi rispondendo al suo segnale quello color miele, tenero e sinuoso, prese a fare le fusa strofinandosi sulle sue gambe.
“Ma chi se ne frega dei gatti!”, rispose Paolo che non li degnava d’uno sguardo e continuava a chiedere in tono ossessivo: “Cosa devo fare?”
L’altro gatto allungò una zampa e lo graffiò.
“Ahi brutto gattaccio!”, urlò Paolo.
Allora Francesca mormorò dolcemente: “Vedi? I gatti lo sanno”.

Frammenti

1500 caratteri di Valentina Porcu

Piove. E quando piove resto a casa con il mio gatto. Lo stringo tra le braccia e sto seduta davanti alla finestra a osservare il lento scorrere delle gocce sul vetro appannato. Adoro seguirne il percorso irregolare, vederle scendere solitarie. A volte le gocce si sfiorano e, unendosi, diventano più grandi, più forti, prima di scivolare sempre più giù, fino a sparire dalla mia visuale. Mi piace pensare che prima di disperdersi, cadendo a terra, avranno affrontato quel senso di vuoto insieme.
Quando il temporale si fa più forte, accarezzo freneticamente il soffice pelo di Leo per placare quel senso di angoscia che mi assale ogni volta da quella volta. Mi sembra ancora di sentirlo quel vuoto, insieme alle sirene delle ambulanze, e in un attimo il respiro si fa più affannoso, la gola si secca. Sono di nuovo lì, intrappolata in quella notte, sdraiata sul nudo asfalto bagnato. Sento freddo, tanto. “Giulia, ti amo”, sussurri con un filo di voce. Non rispondo, resto immobile con i frammenti di vetro tra i capelli. Vedo solo il sangue. Le gocce devono aver trapassato la finestra, ora le sento sul mio viso.
Sono passati due anni dall'incidente, dal giorno piovoso che mi ha costretta su questa sedia a rotelle e che vi ha portato per sempre via da me. Mamma, papà, ora è Leo la mia unica famiglia. Lo abbraccio forte e il suo miagolio mi riporta alla realtà. Il respiro si fa più regolare, il cuore rallenta il battito, il mio animo si placa. 
La pioggia ha smesso di cadere.

Scorci

1500 caratteri di Daniela Vargiu...

Il paesaggio, visto da qui, è splendido, inaspettato, una vera sorpresa. Mai visto il Golfo di Cagliari da questa prospettiva! Così pensava, mentre con l’auto imboccava l’ingresso del parcheggio immerso nel sole d’ottobre. Parcheggiò, si guardò intorno e rimuginò sul fatto che chi abitava da quelle parti poteva godere ogni giorno di quella meraviglia. Guardare il mare le regalava sempre un piacevole senso di libertà. Scese dall'auto e s’infilò, a passi svelti, in un grande portale in pietra bianca, imponente, intriso di passato. Distrattamente percorse pochi passi, ecco, era arrivata alla meta, una sala piena di gente. Aveva le mani gelide e sudaticce, di certo l’emozione. Pensò che era dal giorno della laurea che non si sentiva così. Prese posto a un grande tavolo insieme a molti altri, tutti più o meno sconosciuti. Durante i convenevoli di rito ebbe l’occasione di gettare lo sguardo oltre la finestra che si apriva sull’ ampio cortile, che poco prima aveva attraversato senza guardare con molta attenzione. L’aria era tiepida e in lontananza si udivano i versi dei gabbiani. Ora notava che tutto intorno, ogni fessura, ogni pietra, pareva volesse raccontare le mille storie di cui era stata muta spettatrice. Quanta vita era passata in quel cortile, quante pene, speranze, menzogne, verità. Avrebbe voluto conoscere i volti e i passi di tutti quelli che l’avevano preceduta, di giorni, anni, secoli. Poi fu scossa da una voce più alta delle altre: “Bene, cominciamo, inventate una storia…”

Un viaggio lento

1500 caratteri di Marianna Piano

Erano passati anni dall'ultima volta che Anna aveva viaggiato in treno e da tempo aveva dimenticato la serenità di quel periodo. Ora conduceva una vita piena e frenetica.
Senza che se ne rendesse conto, gli impegni, poco a poco, avevano eroso tutti gli spazi della sua vita e la stanchezza irrompeva prepotente. Doveva fermarsi, lo sapeva. 
Si lasciò così convincere da Ilenia, la sua amica, a partire per il Portogallo. Era un viaggio che desiderava da tempo. 
“Facciamo così”, suggerì Ilenia, “arriviamo a Porto e da lì percorriamo tutto il paese, fermandoci dove ci va, fino ad arrivare a Faro, al sud”. 
“In treno? Potremmo affittare una macchina e muoverci molto più liberamente”, rispose Anna, un po’ scettica.
“Hai bisogno di rilassarti, non di passare ore alla guida di un’auto!”, la ammonì Ilenia. “Vedrai, godere del panorama che scorre dal finestrino di un treno ti piacerà”. 
Ancora un po' titubante Anna decise comunque di accettare la proposta dell’amica.
Arrivate a Porto, visitarono la città e passeggiarono lungo il Douro, il fiume che la attraversa. La mattina seguente partirono per Coimbra.
Appena il treno lasciò la stazione Anna ritrovò quella piacevole sensazione di tranquillità e pace che sembrava ormai perduta. Il treno seguiva lento le rotaie e lei lasciò che i pensieri andassero alla stessa velocità. Ringraziò Ilenia per quella bella idea di viaggio lento. Finalmente poteva respirare a pieni polmoni e sentire la vita scorrere di nuovo fra le sue mani.

Cicatrici d'inchiostro

L'anno accademico è appena iniziato e già gli autori del primo anno si mettono in gioco con testi da 1500 caratteri... 

La penna scorreva sul foglio producendo un flebile rumore che però, in quel silenzio, sembrava un frastuono. Era già il quarto tentativo che faceva, il mucchietto di fogli accartocciati si accumulava sul pavimento.
Scrisse di ciò che si erano detti la prima volta, delle bugie che si era ripetuta per tentare di negare la realtà dei fatti e di quella verità che la tormentava ogni giorno, senza che riuscisse a darsi pace. E mentre cercava il termine giusto da utilizzare, l’attenzione cadde casualmente sulla mano ricoperta di segni d’inchiostro, come cicatrici del tempo trascorso a cercare parole che probabilmente non sarebbero mai arrivate al destinatario. Si imbrattava ancora le mani come quando era una bambina alle prime armi con la penna, anche se ormai di anni ne aveva ventisei. E i segni neri le fecero ricordare l'ospedale abbandonato, i graffiti incomprensibili sui muri, e le mani di lui che…
Come faccio a essere così patetica da credere ancora nelle favole? Come? Ho quasi trent'anni per niente. 
Istintivamente prese il foglio e lo accartocciò gettandolo sul pavimento assieme agli altri, prima di aver trovato le parole che permettessero di alimentare ancora la speranza, l'unico cibo di cui era pieno il suo stomaco vuoto dal giorno prima.
Cresci Caterina, cresci, disse tra sé, mentre usciva dalla stanza richiudendosi la porta alle spalle. La luce del corridoio illuminava i suoi occhi umidi.

di Gianluigi Serci

1 orizzontale, 12 verticali

No, non è un cruciverba: è una seduta di brainstorming per la realizzazione di una serie televisiva di 12 puntate. Lavorare su commissione è una grande sfida: si tratta di tradurre le idee del produttore e del regista in una trama principale (1 orizzontale) e 12 trame secondarie (12 verticali). Dopo aver scritto un breve soggetto, bisogna trovare la scena iniziale, ad alto impatto drammatico, la scena finale, che contenga la chiusura della trama verticale e il cliffhanger, ovvero l'esca che si lancia allo spettatore per incuriosirlo e fidelizzarlo, poi...
Poi, seguiteci e lo scoprirete!
 

 

  

 

Mani in alto

Sono aperte le iscrizioni al laboratorio di burattini: dalla costruzione allo spettacolo. Un'opportunità per divertirsi, divertire e imparare un'antica professione.

sceneggiatura cinematografica

Sono aperte le iscrizioni al laboratorio di sceneggiatura cinematografica tenuto dalla sceneggiatrice Antonia Iaccarino.

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Lastra in ferro

Racconto realizzato per "Sinestesie creative", laboratorio tenuto dal Cantiere per "Paratissima Cagliari - onde d'arte" tenutasi al Lazzaretto dal 5 al 7 agosto (2016).

Lastra in ferro - testo di Francesco Cogoni

cosa provo? non sento niente.
Assordato dal silenzio avanzo strisciando, bracciata dopo bracciata, spingo con la gamba sinistra e avanzo con il braccio destro, arranco con il braccio destro e fletto in avanti la gamba sinistra, bracciata dopo bracciata. Il fango mi entra ovunque, fin dentro le mutande, ne sento il sapore freddo e viscido sulla lingua. Il filo spinato mi scortica la testa, tagliente e gelido, come le gocce di sudore miste al sangue che dalla fronte tracciano un percorso deciso nell'anima, nella memoria, o comunque lontano da qui.
Dove mi trovo? Penso alla guerra. E piano la terra diventa refrattaria alla vista delle azioni dell'uomo, e mentre son costretto a schiacciare i cadaveri dei miei compagni, bracciata dopo bracciata, e sentire il puzzo acido della loro lenta ma inesorabile putrefazione, mi chiedo... che sto facendo?
Cosa ho fatto? Sono solo in questo sterminato oceano di pensieri defunti, davanti alle pagine di un libro che non è mai stato scritto, ma che tengo gelosamente custodito in questa borsa che chiamiamo fantasia.
Forse sta lì dentro il mezzo per alzarmi da questo pavimento sporco, in questo percorso tracciato bracciata dopo bracciata, che un tempo dava asilo a futuri morti e che in questo momento espone la vita espressa, solo l'arte ci permetterà di andare lontano, trasformando fin dove posso, un campo di battaglia in qualcosa di bello.

Premio Sergio Atzeni 2016

Emanuele Incani e Fleanna Lai si classificano rispettivamente 2° e 3° nella prima edizione del premio letterario che Capoterra dedica al grande scrittore Sergio Atzeni.


Prove di lettura

Il 9 ottobre ci sarà la presentazione ufficiale di "Sedici porte", h. 17,30, al Lazzaretto di Cagliari. Nell'attesa i cantieristi provano le letture.





Sedici porte in libreria


Eccolo! Il terzo traguardo editoriale del Cantiere. Sedici autori, trentotto racconti, un altro progetto realizzato. Dal 10 ottobre disponibile in libreria e su internet, cartaceo e e-book.

Calendario dell'Anno Accademico 2016/17


“Fahrenheit 365” Cantiere di scrittura creativa
Corsi e calendario lezioni

Calendario dei corsi attivi: ottobre 2016 / febbraio 2017**

lun
mar
mer
gio
ven
sab
dom
9,30/11,00





S.C. adulti
1° anno
editing & editoria

11,00/12,30





S.C. adulti
3° anno
poesia

16,00/17,00

*16,00/17,30
S.C. scuole medie







17,30/19,00
S.C. adulti
1° anno

S.C.
*studenti Istituti Superiori





19,00/20,30


S.C. adulti
2° anno






Calendario dei corsi attivi: marzo / luglio 2017**

lun
mar
mer
gio
ven
sab
dom
9,30/11,00





S.C. adulti
1° anno

11,00/12,30





S.C. adulti
3° anno

16,00/17,00

*16,00/17,30
S.C. studenti scuole medie

S.C.
*studenti Istituti Superiori




17,30/19,00
S.C. adulti
1° anno
sceneggiatura per fumetto
S.C. adulti
2° anno




19,00/20,30


S.C. adulti
2° anno






**Date contest “Master of Tales” e laboratori di lettura espressiva da definire